“Questa la storia che udii una sera dalla bocca di un vecchio, nella cantina del Grillo. L'uomo, che chiamavano Poeta, stava raccontando, a modo suo, cantilenando come se recitasse una ballata, un fatto realmente accaduto nella seconda decade del XX secolo: la morte di un bracconiere indigeno e di un guardiacaccia forestiero, che s'erano sparati in un padule dei dintorni. Il duello rusticano non aveva lasciato vincitori.
Ambedue i contendenti erano rimasti uccisi e il fatto aveva dimostrato che la morte, contrariamente a quanto accade nei film western, non predilige né buoni né cattivi, ma s'affida al caso. E il caso aveva voluto che i due antagonisti tirassero il grilletto dei loro fucili nello stesso istante.
Questo è ciò che afferma la leggenda.
Comunque, sia che i colpi fossero partiti mentre l'orologio cosmico scandiva lo stesso attimo, sia che uno dei due avesse sfruttato, con maestria e puntigliosa decisione, l'ultimo riflesso di consapevolezza che la vita gli aveva concesso prima di cadere stecchito, il risultato era stato quello descritto dal Poeta: due corpi esanimi nella brughiera, spoglie irrigidite nel rigor mortis, fredde ormai per la storia e calde solo per entrare nel mito.”
(…) Si dice -forse non a torto- che il racconto sia la forma più difficile di narrativa; e si dice anche che l'autore del racconto sia uno “scialacquatore” di argomenti e di tracce per lavori di più corposa mole. Se così è, ci auguriamo che Carlo Rizzi continui a scialacquare: alle brodaglie insipide di certa letteratura, continuiamo a preferire il sapore genuino della nostra “acquacotta”: ingredienti semplici di sapidità inconfondibile. (…)