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I sette sapienti
da tommaso generali Data di inserimento: giovedģ 06 agosto, 2009
Rapsodia in nero. Tragedia e anatomia nel romanzo di Tommaso Generali I sette sapienti (di Elena Fabietti)
Nodo e scioglimento: nelle due grandi partizioni di questo libro si legge un movimento narrativo marcato in direzione epico-tragica, tradizionale nel senso morfologico di Propp, e cioè strutturato in funzione di uno svolgimento narrativo paradigmatico. Una struttura, questa, ulteriormente saldata da una presenza autoriale che si dichiara rapsodica nel senso epico del termine, definizione che se da un lato si integra con quella classica di cantore, o aedo, dall'altra è un indicatore del tessuto narrativo e linguistico stesso, composto di voci diverse, brani di esistenze sottratte alla loro organicità, trascinate nel racconto e lì cucite alle altre per comporre la storia. Una storia rapsodica appunto, parziale sin dagli intenti: ā€œforse altri canterà con miglior plettroā€, recita il finale ariostesco, cui legittimamente potrebbe seguire un altrettanto calzante ā€œio sono a dir tante altre cose intento/ che di seguir più questa non mi caleā€. Il racconto epico vive così, segue i fili di una storia annodandoli e sciogliendoli, e quando ogni nodo si è disfatto, dei lacerti di vita da cui ognuno dei personaggi è catturato al racconto non rimane, al termine della narrazione, nessun filo palpabile, ma solo il solco profondo e desolato delle traiettorie labirintiche in cui ognuno di loro si è smarrito. Solo Jimmy, il fool dei tradizionali racconti di peripezie, reca in sé la traccia vivente degli eventi, e lo fa nel guizzo rapido di una ingenuità riscattata, nobilitata, resa nuova dalla visione simultanea e semplice del passato, del presente e del futuro. Non si può apprezzare fino in fondo il respiro di questa rapsodia postmoderna senza rintracciarne il movimento compositivo che ne costituisce la più intima struttura. E' al ritmo di questa spietata danza tragica, danza di morte, che danzano i sette sapienti, sette personaggi romanzeschi fortemente caratterizzati, individualità marcate e per lo più non comunicanti che si ritrovano a condividere la scena di un'esistenza astenica, stinta, sedata dall'uso massiccio di sostanze più o meno psicotrope. La condivisione di queste esistenze accomunate da un desiderio di distanza dalla realtà è breve, effimera, più spesso una chimera: le uniche relazioni dialogiche all'interno del racconto, quella tra Giovanni Greto e il suo migliore amico, l'Alieno, e tra Edo e la sua ragazza, la Kìa, si sfaldano brutalmente lasciandosi dietro la scia perturbante dell'incomunicabilità e dell'incomprensione. Le tensioni che abitano questi rapporti, sopite dall'inerzia percettiva ed esistenziale resa possibile o cronicizzata da svariate droghe, sono destinate a raggiungere un picco massimo di potenziale catastrofico e quindi a ā€œsciogliersiā€, ma sarebbe meglio dire a ā€œcorrodersiā€, nell'epilogo del racconto, che disfa l'intreccio dei rapporti trascinando ogni chiusa monade verso la distruzione, la morte, l'oblio, la follia, l'annichilimento oppure, nell'unico caso già citato, quello di Jimmy, la repentina decifrazione di un significato, di un percorso, di una ragione di vita.
Qualcosa di più di una trama fatalista, di un irrevocabile patto col fato, percorre il racconto: è la consapevolezza del potenziale di disfacimento e corrosione intrinseco ad ogni relazione umana, del pericolo di perdita del sé che ogni abbandono di coscienza e di volontà produce. Questa perdita è la grande malattia pronta a colpire i sette e i loro compagni di viaggio, è il mal sottile che pervade le strade scolorate di ***, appannate dalla nebbia e da un malessere che si rivela solo quando ognuno dei personaggi ne è stato irrevocabilmente intaccato. Questa corrosione suggerisce il tempo alla voce narrante, le fa strada nelle vite dei personaggi, attraversati quasi tutti da un'indagine interiore che non ne trascura i recessi più indiscreti. E' spesso nella solitudine inerte e onanista delle ore pomeridiane che alcuni di loro, in particolare Greto, Iaco, l'Alieno, ci ammettono alla loro interiorità intaccata, prossima al disfacimento. Altri riescono invece a sfuggire all'indagine radiografica e tracciano i solchi della propria soggettività in un dialogo, in un gesto, in una smorfia. Forse dispiace che anche per loro non si sia proceduto con altrettanta spietatezza a dissezionare l'anima, e una sorta di incompiutezza circonda i nomi e le storie di Edo e di Max, mentre per Jimmy, unico autentico superstite sulla scena tragica, valgono regole che si riservano a un profetico e anomalo Tiresia, con la sua cecità ingenua e salvifica che gli permette di attraversare indenne il labirinto.
L'abilità più spiccata dell'autore risiede proprio nel flusso descrittivo dedito a scandagliare l'anima in decomposizione dei sette sapienti, e le prove più riuscite della sua scrittura assecondano naturalmente questa volontà anatomica di dissezione interiore. Si vedano ad esempio le pagine dedicate agli effetti psicotropi dei funghi allucinogeni in una notte scolastica, o quelle in cui Iaco cacciato di casa vaga in cerca di un giaciglio con la disperazione di chi non può più ricorrere a una sostanza chimica per anestetizzarsi di fronte alla realtà. Questo episodio si integra così perfettamente con quello del parricidio che lo seguirà di poco da suggerire a sua volta, nel ritmo nodo-scioglimento, il movimento distruttivo contenuto nelle premesse esistenziali del racconto. Ritagliata da un profluvio verbale e discorsivo per altro molto vario ma forse eccedente rispetto a una misura narrativa più sobria, la vena soggettivo-descrittiva di questo giovane autore promette future brucianti ispezioni dell'anima e delle sue malattie.

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